La risposta di Kayaba Akihito


Come ho scritto nel precedente post, negli ultimi giorni mi sono divorata le due serie di Sword Art Online… Nel post precedente ho voluto fare una semplice presentazione, in questo parlerò della serie più nello specifico, con tanto di spoiler dunque.

Leggete da qui in poi a vostro rischio e pericolo. SPOILER

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Continuo a pensare che l’opera sia un capolavoro mancato, soprattutto per via dei delicati punti chiave che la trama va a toccare e che sui quali avrebbero dovuto insistere… Psicologia dei personaggi, profonde riflessioni su un mondo virtuale che tra un po’ di anni, mi auguro, potremmo vedere realizzato.

Il primo punto è proprio questo: l’anime ti affascina perché vorresti viverlo tu quel mondo! Chi non vorrebbe andarsene a spasso per un mondo fantasy, poter toccare le armi, sentire il corpo muoversi attivando le skill? Io, che ho un animo abbastanza nerd e ho pure giocato per un po’ a World Of Warcraft, non vedrei l’ora di mettermi a nerdare dal vivo! Puoi alzare al massimo la skill di cooking e poi mangiare quello che hai preparato! Puoi pescare, puoi forgiare le armi, aprirti una bottega, andare in giro a fare tutte le quest della mappa! Mio Dio! Impazzirei!

Il problema di Sword Art Online è che se si muore, si muore sul serio… nessuno ti può resuscitare. Ed è qui che la trama prende forza.

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Comincia a nascere tutta una serie di domande/riflessioni pratiche ed esistenziali, ve ne lascio qualche esempio:

“Che sarà successo ai nostri corpi, dopo 2 anni passati in questo gioco?”
“Ora che sono passati 2 anni, non sono sicura di ricordarmi il mondo reale…”
“Combattiamo per tornare nel mondo reale… Ma lo vogliamo veramente?”
“Che differenza c’è tra il mondo virtuale e quello reale?”
“Dopo quello che hai passato per due anni, non pensavo che saresti tornata a giocare online a questi stupidi giochi!”

L’idea che in un gioco si possa morire spinge la maggior parte dei player a rimanere al sicuro nelle città, nella speranza che il lavoro sporco, combattere e vincere, lo facciano gli altri. Quest’ultimi si dividono in aspiranti eroi, spinti dalla sola voglia di diventare qualcuno, e persone che semplicemente se ne assumono la responsabilità, al fine di evitare ai più deboli, ci sono anche dei bambini, di dover “crescere” in un mondo virtuale.
Ci sono poi quelli che non reggono la situazione e si suicidano, quelli che ne approfittano per dare sfogo a impulsi malvagi, come provare gusto nell’uccidere altri player… Gli eroi, che si trovano costretti a uccidere i player malvagi per sopravvivere o difendere altri, si trovano pure a dover fare i conti con la consapevolezza di aver ucciso davvero qualcuno, e non di aver semplicemente partecipato a un gioco!

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Nell’Anime vengono presentate tante tipologie di player, tante situazioni, alle quali mai nessuno avrebbe riflettuto, senza l’incipit del “In questo gioco si muore veramente”.

In Sword Art Online nasce una vera e propria società, e il mondo in cui si vive smette di essere libero come dovrebbe essere un gioco… Perché ci sono delle responsabilità. Se sei forte, cosa fai fai? Lasci morire i deboli e fai il vigliacco, tirandoti indietro dal combattere? Senso di responsabilità, gilde che forzatamente si impongono di completare i Dungeon e sconfiggere il boss di turno per un bene comune, finendo per sacrificarsi.

Nel frattempo, nascono gli affetti. Gli affetti, gli amori nascono tutt’ora nei giochi online (io ci ho trovati nuovi amici e il fidanzato), figuriamoci in un mondo dove sei costretto a stare… loro ci passano due interi anni. Ti innamori e poi, giustamente, vuoi evitare di combattere o che la tua metà prenda parte al combattimento per paura di perdere tutto. Se eri finito nel gioco per fuggire dalla realtà, perché eri solo e non riuscivi a trovare un posto nella società e nell’ambiente reale, ti ritrovi con nuovi affetti da proteggere da una morte quasi certa!

Fuggire dalla realtà… sta qui il fulcro.

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Se tanti personaggi hanno deciso di provare il gioco per puro divertimento, altri l’hanno fatto perché il mondo virtuale è un ottimo modo per fuggire dalla realtà.
Non voglio metterla sul significato negativo del termine… Delle volte la realtà può non soddisfare, non è abbastanza, non soltanto perché ci si vuole a forza isolare, ma anche perché il nostro animo non si trova a proprio agio nell’ambiente che ci è toccato alla nascita, che ci viene imposto a forza da una società marcia.
La società in cui viviamo, in fin dei conti, non è tutta ‘sta bella realtà: è fatta di mode, omologazione, cattiveria e sdegno nei confronti del diverso, nei confronti di chi sceglie di pensare con la propria testa, invece di farsi decidere tutto da quel che impone la massa. Quando uno ragiona col proprio cervello, si scopre inevitabilmente estraneo alla realtà e cerca altrove un luogo in cui stare… anche se poi non conta il luogo, conta chi ci incontri: persone che, come te, sentono il disagio e il bisogno di scappare. Un gioco virtuale come un MMORPG, come Sword Art Online regala una nuova occasione, una nuova realtà, che poi sia un mondo fantasy o altro, poco importa.

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Ed ecco allora il finale dell’opera, il quattordicesimo episodio, che prende la decisione di non darci la risposta di Kayaba Akihito, il creatore del gioco, alla domanda di Kirito che ci assilla sin dal primo episodio: “Perché hai fatto tutto questo?”
Kayaba risponde semplicemente: “Non me lo ricordo”, forse perché non abbiamo bisogno di una risposta… Perché sappiamo già qual è… Kayaba non ha creato un gioco o un gioco mortale, ha semplicemente creato un’occasione, per permettere a chi è insoddisfatto della realtà di vivere davvero, emozionandosi, innamorandosi, mettendo a rischio la propria vita per il conseguimento di un obiettivo. Questo è quel che per me rappresenta Sword Art Online.

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